Psicologa e Psicoterapeuta italiana in Danimarca

ARTICOLI


In questa pagina potrete immergervi nella lettura di articoli.

Uno spazio per esplorare ed approfondire diverse tematiche.

Citazione articolo DGS-Psykolog

... Se trasmetto a mio figlio la lingua italiana, non rischio di compromettere il suo inserimento nel paese che ci accoglie e l’acquisizione della nuova lingua?

Dott.ssa Daniela Giorgino Simonsen

10 aprile, 2023


Articolo: La lingua madre

Il valore di trasmettere la lingua madre

ai figli di genitori espatriati


Molti dei genitori italiani migranti che giungono da me in consultazione, esprimono delle perplessità sull’utilità di trasmettere ai propri figli la lingua e la cultura del loro luogo di origine. I pensieri che circolano con maggiore frequenza, partono generalmente da questa domanda: “Se trasmetto a mio figlio la lingua italiana, non rischio di compromettere il suo inserimento nel paese che ci accoglie e l’acquisizione della nuova lingua?”. Queste perplessità nascono dal timore che nel bambino, l’acquisizione della lingua madre possa impedire, rallentare, deviare o disturbare il percorso di integrazione nella nuova nazione. Tali processi sono in realtà influenzati da molteplici fattori psicologici, oltre che da esigenze pratiche dei genitori.


Quando ci si traferisce all’estero, si è mossi spesso dall’urgenza di doversi adattare velocemente al posto in cui si è scelto di vivere. È importante sottolineare che la scelta di vivere in un’altra nazione, non sempre è avvertita come naturale e spontanea, in linea con i propri desideri e ambizioni. Succede di frequente che l’individuo, la coppia o la famiglia, senta questa “scelta” come un percorso obbligato che include l’aspettativa di approdare su un terreno più fertile per la propria crescita personale e/o professionale e per il futuro dei propri figli. La motivazione presente all’origine del trasferimento, influenza il processo di adattamento e se questa decisione è stata sperimentata, consciamente o inconsciamente, come un “obbligo”, il percorso di vita nella nuova nazione sarà inevitabilmente accompagnato da sentimenti ambivalenti che, in alcuni periodi della vita, potranno essere di difficile gestione.


Il percorso di adattamento, include da subito l’utilizzo di una nuova lingua che consente di affrontare le questioni, principalmente di ordine burocratico, che si presentano nella fase iniziale del trasferimento (lavoro, permesso di residenza, sistemazione abitativa, scelta del medico di base e del pediatra, etc.).

Nelle famiglie migranti, può accadere che gli affannosi e rapidi adattamenti messi in atto dai genitori e le urgenze appartenenti al mondo degli adulti, si “trasferiscano”, in modo inconsapevole, sui figli. La mente dei genitori, diviene così il contenitore di una richiesta implicita, non dichiarata, sulla necessità di apprendere velocemente la lingua straniera, al fine di avviare un buon processo di integrazione di tutta la famiglia all’estero. Tali meccanismi psichici, risultano essere più frequenti nei genitori di età più matura, che si trasferiscono all’estero quando i figli hanno già qualche anno di vita.


Inoltre, alcuni genitori (uno o entrambi) possono manifestare problemi a trasmettere la lingua madre perché non si sentono abbastanza sicuri dei modi e degli strumenti che utilizzano per proporla ai loro bambini. Altri genitori, invece, coinvolti dall’eccitazione, dalla curiosità verso la nuova vita all’estero e dal desiderio di guardare avanti al futuro, non avvertono coscientemente la necessità di trasmettere nulla del loro passato, delle loro origini e della loro lingua.


La trasmissione della lingua madre, pertanto, può essere messa in discussione dai genitori migranti a causa di diverse motivazioni, più o meno consapevoli.

Per i genitori che si domandano cosa può essere più utile per il loro bambino, è importante sapere chi è un bambino figlio di genitori migranti, ma soprattutto comprendere che egli ha qualcosa in più rispetto ad altri bambini: è portatore di un bagaglio di conoscenze acquisite in un altro luogo, possiede una lingua materna e tutto ciò che è fortemente legato ad essa e diventa ambasciatore di questo sapere.


Riconoscendo il valore degli “oggetti in valigia”, i genitori possono individuare i modi per valorizzare la condizione del loro bambino, aiutandolo così nelle continue forme di integrazione e di compromesso tra il processo di filiazione (l’essere figlio di italiani) e il processo di affiliazione (l’essere appartenenti ad un gruppo, ad un’altra nazione).


Nelle famiglie in cui la lingua madre viene parlata in casa, essa diviene per il bambino una lingua intima, affettiva, familiare. La lingua acquisita, invece, diviene la lingua degli scambi sociali, delle competenze da utilizzare fuori casa.


Nelle situazioni in cui emergono delle “inibizioni nel linguaggio”, quando cioè nel bambino emerge un rapporto povero con le lingue, spesso è possibile riscontrare che vi è un legame poco sostenuto con la lingua madre. Tale aspetto, impedisce al bambino di investire sufficientemente nella seconda lingua, quella acquisita.


Come evidenziato anche da Maria Rose Moro (Neuropsichiatra infantile e Psicoanalista), esistono numerosi studi sui figli di migranti i quali attestano che il bilinguismo è una carta vincente, alla sola condizione che la lingua materna venga trasmessa con serenità e che la lingua acquisita sia pensata, in un primo tempo, come seconda lingua.


Questa condizione diviene determinante affinché il bambino possa investire sul linguaggio in generale e per vivere in un mondo poliglotta. La lingua acquisita potrà diventare, dunque, nel tempo una nuova prima lingua, quella che permetterà al bambino di trovare da adulto il suo posto nella nazione che ha accolto la sua famiglia.

Citazione articolo DGS-Psykolog

... è fondamentale occuparsi della salute della mente,

poiché essa si riflette sulla salute del corpo.

Dott.ssa Daniela Giorgino Simonsen

10 febbraio, 2019


Progetto: Cardiopsicologia

La depressione post-infarto


L’impatto psicologico di un evento grave ed inaspettato come l’infarto del miocardio, talvolta, è vissuto come un vero e proprio trauma, sia dalla persona che ne è stata colpita che dai familiari più stretti. Quando il paziente prende coscienza che la sua vita è stata messa a rischio, vive uno stato di forte shock emotivo e un periodo di notevole disorientamento accompagnato da domande del tipo: 


“Cosa sarò ancora in grado di fare col mio corpo? - Come proseguirà la mia vita? - Quanto tempo mi resta da vivere? - Cosa avrei potuto fare per evitare l’infarto?”.


Egli può esprimere così intensi sensi di colpa per l’accaduto. Questo avviene poiché la manifestazione improvvisa della malattia cardiaca, crea un’interruzione nella continuità dell’essere e mina le basi dell’identità individuale: il corpo e il suo funzionamento, l’occupazione lavorativa, la relazione di coppia e i rapporti sociali, le sicurezze materiali e le idee sui valori della vita.

 

Il periodo successivo all’infarto richiede al paziente un processo di riorganizzazione lento e faticoso, sia dal punto di vista fisico che mentale, che spesso include dei cambiamenti radicali delle proprie abitudini.

 

Esso si sviluppa attraverso tre fasi:

 

  1. Riconoscimento della propria condizione fisica e mentale
  2. Accettazione del proprio stato di salute attuale reale
  3. Adattamento attraverso nuove strategie e modelli di comportamento

 

Le reazioni psicologiche del paziente, durante questo percorso di ripresa, variano a seconda della sua personalità e delle sue risorse. Circa il 20% delle persone colpite da infarto, manifesta segnali depressivi che ostacolano il processo di ripresa dalla malattia. Qui di seguito si elenca una serie di sintomi depressivi che è possibile riconoscere in alcuni pazienti infartuati:

 

  • Svogliatezza, perdita d’interesse
  • Sbalzi d’umore
  • Pensieri negativi (morte, suicidio)
  • Disturbi del sonno
  • Stanchezza, astenia
  • Inappetenza
  • Pessimismo
  • Difficoltà nel prendere delle decisioni
  • Disorientamento
  • Ansia e paure
  • Tendenza a rimuginare
  • Perdita di energia e vitalità

 

Inizialmente, tali sintomi possono presentarsi secondo un andamento oscillatorio, non lineare, per cui il paziente sente che un giorno sta meglio, mentre il giorno seguente avverte un peggioramento del suo stato di salute psicologica. Se la sintomatologia viene individuata precocemente (attraverso un’attenta valutazione che prevede colloqui psicologici, osservazioni e test) e trattata secondo programmi individualizzati, stabiliti dalle linee guida nazionali della cardiologia riabilitativa, che prevedono interventi integrati (medici, psicologici, fisioterapici, nutrizionali e sociali), i pazienti possono raggiungere in modo più rapido ed efficace uno stato di salute psicofisico sufficientemente buono. È importante che il paziente mantenga la continuità delle cure integrate anche dopo le dimissioni dal reparto di Cardiologia Riabilitativa, della struttura sanitaria presso la quale è seguito.

 

Il ritorno a casa, dopo un periodo di ricovero, può risultare faticoso per il paziente. Egli si trova ad affrontare il passaggio dall’ambiente di cura sanitario all’ambiente di cura familiare, dove spesso l’affetto ed il prendersi cura della persona, assumono diverse forme che vanno dall’iperprotezione, al controllo, alla rabbia o alla negazione dell’accaduto. Questi sentimenti e comportamenti assunti dai familiari più vicini, non di rado, rappresentano un vissuto di angoscia e il timore che l’evento possa ripresentarsi. Conseguentemente, il paziente può sentirsi solo nell’affrontare la riflessione sul suo stato di salute e il senso di colpa che vive quando percepisce le preoccupazioni dei suoi cari.

 

I percorsi psicologici riabilitativi mirano ad aiutare il paziente nel processo di riorganizzazione della sua vita dopo l’infarto: contenere e ridurre gli eventuali sintomi depressivi che potrebbero divenire nel tempo cronici, trovare in sé le risorse per affrontare la quotidianità in armonia con l’ambiente familiare e sociale, facilitare i processi d’integrazione mente-corpo riducendo così le probabilità di successivi episodi di infarto.

 

Riprendendo la locuzione latina del poeta Decimo Giuno Giovenale “Mens sana in corpore sano”, è fondamentale occuparsi della salute della mente, poiché essa si riflette sulla salute del corpo.

Citazione articolo DGS-Psykolog

Ciò che passa sul monitor assume un valore fondante per l’avvio della genitorializzazione.

Dott.ssa Daniela Giorgino Simonsen

22 settembre, 2018


Convegno: Diagnostica ecografica del I Trimestre ed ecocardiografia precoce. Management clinico.

L’ecocardiografia fetale. 

Dal sospetto alla diagnosi di malformazione cardiaca congenita: la circolazione dei vissuti emotivi della coppia. 


Il 22 settembre 2018, presso la Clinica Pediatrica del Policlinico Umberto I di Roma, si è tenuto il convegno dal titolo: “Diagnostica ecografica del I Trimestre ed ecocardiografia precoce. Management clinico”.

 

E’ stata un’occasione di incontro tra esperti (medici, ginecologi, cardiologi, ecografisti, psicologi) finalizzato ad integrare conoscenze, competenze e riflessioni sull’importanza della diagnosi prenatale con le più attuali tecniche bio-mediche e strumenti di indagine che, insieme al crescente interesse verso la gravidanza e la prima infanzia, consentono un’attenzione particolareggiata verso il feto e la coppia genitoriale.

 

Attualmente le cure mediche si affiancano e si integrano alle cure psicologiche, offrendo la possibilità di approfondire a livello teorico e clinico gli studi: interazione biologica triadica (madre - placenta - feto), movimenti psicologici che avvengono nella coppia dal momento della prima ecografia e da eventuali altri esami sul feto, diagnosi di malformazioni congenite e problematiche relative alla decisione d’interruzione terapeutica di gravidanza.

 

Un particolare approfondimento del convegno è stato dedicato all’ecocardiografia fetale: un esame che consente l’individuazione precoce di eventuali problematiche cardiache. Accanto agli aspetti strettamente strumentali, diagnostici e medici, sono state condivise le riflessioni cliniche sul sostegno psicologico alla coppia che riceve la diagnosi di cardiopatia congenita del feto.

 

Tali riflessioni sono state concepite all’interno della stanza di ecocardiografia fetale della dott.ssa Flavia Ventriglia, un luogo, un grembo, un contenitore dove vengono accolte le coppie con le loro preoccupazioni, speranze, ansie, sogni e desideri, legati ad un sospetto segnalato da pregressi esami del feto.

 

La donna che accede all’esame di ecocardiografia fetale, infatti, ha già vissuto l’esperienza della routinaria indagine ecografica, la quale propone un primo confronto tra il figlio immaginario e quello reale. È già in questa prima situazione che la donna, distesa sul lettino del medico, assiste alla proiezione del contenuto del suo grembo su uno schermo. La distanza tra il risultato dell’attività immaginativa materna/paterna e l’immagine reale del feto, si riduce progressivamente attraverso le descrizioni dell’ecografista: conoscenza del sesso, peso, altezza, la sua mobilità e la sua voracità. L’immagine dell’embrione, proiettata in video, rappresenta le caratteristiche anatomiche (bizzarre, incomprensibili, misteriose, strane, perturbanti) e quelle dotate di realtà inconfutabile: battiti del cuore, suono dello scorrere del sangue, profilo della testa e movimento delle labbra.

 

Ciò che passa sul monitor assume un valore, una prova di primaria importanza e diventa un elemento fondante per l’avvio e lo sviluppo della genitorializzazione.

Talvolta accade che durante l’iter dei controlli nel periodo della gravidanza, venga annunciato dall’ecografista la possibilità di una malformazione fetale. Ma cosa avviene nella mente della donna quando c’è il sospetto che il bambino in arrivo possa avere un “difetto”, nello specifico, cardiaco? Questa comunicazione crea, a livello psicologico, una prima frattura tra il bambino immaginato e quello che la realtà sembra presentare, con l’amplificarsi di fantasie catastrofiche e terrificanti, alcune delle quali già naturalmente presenti, in maniera più contenuta, nel percorso della gravidanza. Ad un livello più concreto, la donna è obbligata ad ulteriori controlli, pertanto il suo corpo è esposto ad altri sguardi, strumenti e disamine. Il controllo come approfondimento, esercitato dal medico attraverso le indagini, sembra riprodursi successivamente e diventare parte integrante di una dinamica della mente che coinvolge gli aspetti affettivi e relazionali della donna e la coppia, in rapporto alla struttura sanitaria ed al sistema familiare d’appartenenza.

 

Il momento in cui avviene la conferma della diagnosi di “malformazione cardiaca congenita”, costituisce un trauma per la donna e la coppia che riceve questa notizia. Seppure, agli occhi dei futuri genitori, il medico possa sembrare abituato nel dare “brutte notizie”, anche per l’ecocardiografista è un momento doloroso, poiché egli fa la scoperta ed ha l’incombenza di trasmetterla.

 

Ogni persona coinvolta in questa diagnosi, reagirà diversamente in base alla propria storia personale, alle risorse psicologiche, ai traumi familiari non elaborati riattivati da questa situazione. Esiste sempre un grande divario tra il vissuto della coppia, la loro comprensione di ciò che sta accadendo, la gravità della diagnosi e le modalità utilizzate dai medici per comunicarle.

 

Questo avviene poiché, da una parte, il medico tenta di difendersi da un eccessivo coinvolgimento emotivo, ad esempio, utilizzando un linguaggio eccessivamente tecnico, un atteggiamento che appare sbrigativo, freddo e distanziante, ma che può nascondere un forte dispiacere per la coppia che ha di fronte; dall’altra parte, la coppia che apprende la drammatica notizia, subisce uno “shock” con un conseguente stato di grande stupore. In particolare, la donna non è più in grado di ascoltare e di capire quello che il medico sta pronunciando, nonostante venga ripetuto più volte. Le parole del medico vengono avvertite come echi lontani, non ben definiti, che amplificano angosce e paure.

 

In seguito alla diagnosi, comprensibilmente, la coppia cerca in modi diversi un significato all’accaduto, oltre ad ulteriori conferme. Queste ricerche, avvengono talvolta anche attraverso strumenti non propriamente affidabili (come i motori di ricerca sul web) e sono dirette a rispondere all’intento inconscio di voler smentire la drammatica notizia. Risulta difficile affidarsi alle parole del medico: la coppia avrebbe, infatti, desiderato affrontare e incontrare una realtà diversa, per questo, accade spesso che alcune coppie tendano a rivolgersi a differenti strutture sanitarie o altri medici.

 

Il vissuto del primo periodo, successivo alla diagnosi, è impregnato da dubbi e dalla paura di affidarsi nelle mani del medico “giusto” e di fare la scelte più opportune. Lo stato emozionale che circola nella mente della donna e in quella dell’uomo, inoltre, può essere estremamente divergente; ciò implica alle volte un allontanamento, poiché l’uno non si sente compreso dall’altro come si aspetterebbe.

 

Per supportare le coppie che subiscono una diagnosi di cardiopatia congenita, vengono proposti, dalle strutture sanitarie o professionisti, programmi di intervento psicologico che si integrano alle cure mediche. La finalità di tali programmi, è quella di aiutare la donna e l’uomo, coinvolti in questa problematica, ad elaborare i propri vissuti emotivi, potendoli pensare e narrare in un luogo protetto, non giudicante, che possa sostenere la coppia in scelte consapevoli.